Trasfigurazione Parma











XI Domenica del Tempo ordinario - B


Ez 17,22-24 Sal 91 2Cor 5,6-10 Mc 4,26-34




LO STILE DI DIO


Introduzione

Potremmo definire con questa espressione il tema che attraversa le letture della XI Domenica del Tempo ordinario dell’anno B: «lo stile di Dio». Il brano evangelico è tratto da un passaggio del discorso in parabole di Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 4,26-34). Già la prima parabola di questo discorso ha assunto l’immagine del seme e della semina, ora Gesù per parlare del Regno di Dio assume l’immagine del seme gettato nel terreno e del chicco di senape. Nella prima lettura (Ez 17,22-24) il profeta Ezechiele parla del futuro di Israele a partire da qualcosa di piccolo e debole – un ramoscello – che piantato dal Signore diventa un grande albero. Anche qui si rivela lo stile di Dio. Egli afferma: «umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, accio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco». Nella seconda lettura (2Cor 5,6-10) troviamo un passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi Paolo esprime il suo desiderio di essere «presso il Signore», vedendo la vita come un pellegrinaggio nel quale siamo sempre come «stranieri» in cammino verso la nostra patria che è presso Dio.



Commento

Le due immagini che Gesù assume per parlare del Regno di Dio sono molto eloquenti: la storia di un seminatore che getta il seme tra le zolle della terra e quella del chicco di senape. Attraverso queste due parabole Gesù «trasforma» il nostro modo di pensare il Regno di Dio, ci invita a trasformare il nostro sguardo sulla nostra vita e sulla storia dell’umanità. In fondo Gesù in queste due parabole ci vuole parlare della «differenza» del Regno di Dio, del modo di Dio di agire nella storia da qualsiasi altra impresa umana. Di conseguenza nasce anche l’interrogativo circa la nostra vita, le nostre scelte, le nostre preferenze.
Il Regno di Dio è paragonato ad un seminatore che getta il seme nella terra, nel nascondimento. Il testo sottolinea due cose di ciò che accade. Da una parte si afferma che il contadino non sa che cosa accade sottoterra, come faccia un seme a germogliare fino a portare il frutto desiderato. Il contadino non può fare nulla per determinare la crescita della pianta, se non garantirne le condizioni migliori: annaffiare, togliere le erbacce, difendere dagli animali… Ma per il resto, non può che attendere che il seme gettato nella terra porti il suo frutto.
Il secondo aspetto che vene sottolineato, in collegamento con il primo, è che il seme nascosto nelle profondità della terra porta frutto «spontaneamente». In realtà è la terra il soggetto non il seme: la terra quando un seme viene gettato in essa «spontaneamente», «automaticamente» (automate), lo fa germogliare, crescere e portare frutto. Si sottolinea qui un’azione che non dipende dal contadino, ma che dipende dalla terra e dal seme. Qualcosa quindi che da una parte non si può provocare e, dall’altra, non si può trattenere o ritardare. Il Regno di Dio non dipende da noi, ma automaticamente, spontaneamente dal nascondimento della storia germoglia e porta i suoi frutti.
La seconda immagine è quella del granello di senape. Si tratta sempre di un seme che viene seminato nel terreno. Qui però quello che si sottolinea è la piccolezza di questo seme. Si tratta infatti del «più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno» (v. 31). Quando però questo piccolissimo seme viene seminato nel terreno «cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto» (v. 32). Questo piccolissimo seme diventa un albero così grande che «gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra» (v. 32).
Di questa immagine quindi si sottolinea la piccolezza iniziale e la grandezza finale. Una realtà piccolissima che, vedendola, nessuno potrebbe immaginare possa diventare un albero. Si tratta di una piccolissima realtà che ha in sé una grandissimo potenzialità, che è difficile immaginare. Nell’Antico Testamento l’albero tanto grande da poter essere rifugio per gli uccelli del cielo è una immagine ricorrente per indicare un re o un regno che può dare sicurezza e pace ai suoi sudditi (Focant, 207). Troviamo questa immagine anche nella prima lettura di questa domenica.
Queste due immagini concorrono a «convertire» il nostro sguardo e a farci comprendere che cosa sia il Regno di Dio. La Signoria di Dio si manifesta come una realtà che non dipende da noi, come il seme gettato nella terra. Noi possiamo solo creare le condizioni perché possa germogliare nella nostra vita, crescere e portare frutto. Ma il Regno di Dio nelle mani di Dio, una realtà che «spontaneamente» crescerà e porterà i suoi frutti. Tuttavia questa crescita non avviene secondo i nostri parametri di grandezza e di potenza.

Conclusione

L’ardente desiderio di Paolo espresso nella seconda lettura nel contesto liturgico di questa domenica potrebbe essere letto come la nostra tensione di discepoli del Signore ad «apprendere» e «vivere» lo stesso stile di Dio. Noi siamo «in esilio» nel nostro corpo, non perché la realtà umana sia in sé negativa o da condannare, ma perché le logiche umane spesso ci portano ad assumere criteri e stili di vita molto differenti da quelli di Dio. L’esilio che viviamo è quindi tensione del credente a vivere «la somiglianza» con Dio nell’assumere il suo stile, nascosto nelle parabole del seme e del chicco di senape. Il nostro modo di agire è uguale a quello di tutti gli altri? Il Regno parte da una realtà piccolissima, quasi invisibile, eppure presente: noi non dobbiamo pretendere di trovarlo nelle cose grandi, ma nelle realtà piccole e nascoste, nelle quali si manifesta la potenza di Dio. A noi spetta preparare «il terreno buono», per poi poterci rifugiare, come gli uccelli della parabola, all’ombra di Dio.



Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

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