Trasfigurazione Parma












ATTI DEGLI APOSTOLI


Settimana dal 9.05.21 al 15.05.21



Commento

Capitolo 23°: Troviamo in questo capitolo la seconda apologia di Paolo, dopo la prima che aveva tenuto alla folla sulla scalinata della Fortezza Antonia, nel capitolo precedente. Stavolta parla davanti al Sinedrio, durante una riunione convocata su richiesta del tribuno della guarnigione romana per “conoscere la realtà dei fatti”. Paolo assume un atteggiamento accorto e difensivo, si avvale della sua appartenenza al partito dei farisei e provoca un conflitto all’interno del sinedrio tra farisei e sadducei, suscitando incertezze, interrogativi e incomprensioni. La motivazione era sempre la stessa: offrire il proprio contributo per far conoscere le ragioni e le scelte alla base della sua testimonianza, della sua fede, delle novità intercorse tra il fariseo che era e il cristiano che si manifestava dopo la sua conversione al servizio del Signore Gesù. Il tribuno è in difficoltà, non riesce a spiegarsi il motivo del furore dei Giudei contro un uomo in cui non trova alcuna colpa, ma non ottiene nessun chiarimento, la seduta finisce in rissa e per la terza volta deve sottrarre l’apostolo al linciaggio mettendolo al sicuro. Dopo tutti questi avvenimenti, solo e scoraggiato, Paolo ha bisogno di conforto e il Signore, riconoscendo la testimonianza che egli sta rendendo a Gerusalemme, lo consola e gli ricorda la sua vera missione: annunciare la salvezza non ai Giudei, ma alle Nazioni. Questa sollecitazione che lo proietta verso la meta terrena, Roma, che avrebbe coronato di universalità l’espandersi dell’annuncio, rimarca una precisa caratteristica della testimonianza: “Tu sei stato mio testimone a Gerusalemme e dovrai essere mio testimone anche a Roma”(v.11).Tutte le macchinazioni dei suoi nemici non potranno impedirlo, anzi contribuiranno a questo scopo, saranno infatti le loro minacce che faranno decidere Lisia di mandare Paolo con una buona scorta a Cesarea, il porto in cui era sbarcato poco tempo prima, per sottrarlo ai complotti dei Giudei. Assieme al prigioniero, Lisia indirizzerà a suo riguardo una lettera al governatore Felice. Paolo verrà sistemato a Cesarea dove resterà per qualche anno in catene, in una cella. Ancora una volta, Luca, cerca di evidenziare che il discepolo ha come unico modello il Cristo,quindi il mandato e la buona novella da portare in tutto il mondo, incurante delle ingiustizie e delle persecuzioni subite.


Capitolo 24°: Continua il racconto dei fatti intercorsi tra il piano divino che vuole Paolo a Roma e l’adempimento di questo mandato. Paolo compare davanti a Felice in presenza dei suoi accusatori e il suo discorso, molto articolato, tiene ben presente le accuse ricevute ma non perde di vista ciò che è essenziale nella sua fede. Si nota il contrasto fra le adulazioni e le calunnie dell’oratore Tertullo e la dignità di Paolo nella sua professione di fede accompagnata dalla sincera esposizione dei fatti. Ciò che preoccupava l’apostolo, era avere sempre “una coscienza irreprensibile dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini”(v. 16), egli pensava al giorno della risurrezione in cui avrebbe dovuto rendere conto al Signore del suo cammino e del suo servizio. Convocato per intrattenerlo “circa la fede in Cristo Gesù”, il procuratore Felice conferma la decisione di tenere Paolo sotto custodia malgrado la sua evidente innocenza e la malafede dei suoi accusatori. La lucidità del grande missionario, grazie al dono dello Spirito e da un’appartenenza che non lo fa mai sentire solo, fa sì che egli renda la sua testimonianza senza nascondere la propria fede che lo sostiene e lo rende libero di esporre con equilibrio, seppur con passione, la verità di sé e dei fatti, di ciò che lo anima e per il quale egli è in catene e sottoposto a giudizio. Paolo aggiunge altri particolari a supporto della sua innocenza, fatti che ancora una volta si legano al patrimonio religioso d’Israele, la solidarietà ai bisogni materiali del proprio popolo attraverso degli aiuti, il desiderio di purificazione, che significa la volontà e il bisogno del perdono divino, da ottenere con le tradizionali forme previste dalla tradizione. Trascorsero così due anni, poi al posto di Felice venne Porcio Festo. Ma Felice per fare un altro favore agli Ebrei lasciò Paolo in prigione. Porcio Festo governò nella regione negli anni 59–62, per cui è facile conseguire che la prigionia di Paolo, avvenne nella seconda metà degli anni 50 d.C. Secondo il diritto del tempo, qualora un detenuto avesse superato i due anni di prigionia, senza una sentenza in merito, doveva essere messo in libertà, cosa che non avvenne. In verità, Paolo, in catene e senza troppi diritti, si avviava, con tempi e modi imprevisti, verso Roma, la meta che avrebbe coronato il mandato ricevuto dal Signore.