Trasfigurazione Parma












ATTI DEGLI APOSTOLI


Settimana dal 16.05.21 al 22.05.21



Commento

Capitolo 25°: Trattenuto per altri due anni dal governatore Felice, mosso anche da meschini interessi nei suoi confronti, Paolo si ritrova sotto la giurisdizione del nuovo governatore Porcio Festo, che dovrà affrontare questa situazione evitando di scontrarsi a sua volta col mondo ebraico. Appare sempre più evidente che gli equilibri politici, sociali e religiosi tra dominatori e dominati sono sempre più esasperati e conflittuali. La predicazione perseverante di Paolo che parla di una "liberazione" si scontra con le attese dei Giudei e con la volontà di dominio e la cultura del mondo romano. Nonostante il lungo tempo trascorso, l'ostilità e l'odio degli Ebrei osservanti di Gerusalemme non sono mutati. Approfittando dell’incompetenza e della debolezza di Festo, studiano un nuovo piano per uccidere l'Apostolo, ma senza riuscirvi, perché il governatore, indetto un processo regolare, riesce a scaricare su Paolo l'onere della propria condanna o assoluzione e lo costringe a cercare la salvezza appellandosi al supremo giudizio dell’imperatore. L'arrivo, proprio in quei giorni del re Agrippa, unitamente alla sorella Berenice e al suo seguito, induce Festo ad approfittare scaltramente dell’occasione per scaricare sui massimi rappresentanti del popolo ebraico il giudizio sull'operato di Paolo. Festo ha ben presente che Paolo è scevro da delitti perseguibili secondo la legge romana; comprende che si tratta piuttosto di contrasti di carattere religioso generati dalla diversa interpretazione della vicenda di un certo Gesù per molti ormai morto, per Paolo risorto ed efficacemente presente tra i suoi. Visto l’interesse di Agrippa di conoscere meglio i fatti, Festo affida il giudizio allo stesso così da poter rappresentare nel migliore dei modi la vicenda all'imperatore, senza doversene sporcare le mani, alla medesima stregua di Pilato con Gesù.


Capitolo 26°: Pur essendosi ormai appellato all’imperatore, Paolo non disdegna di far conoscere ad Agrippa le ragioni della sua vita e della sua predicazione. Il re appartiene allo stesso mondo ebraico da cui proviene, nel quale è cresciuto e si è formato religiosamente, di cui ha interpretato in modo anche molto rigido le usanze e il credo. Per la terza volta Luca descrive, attraverso la narrazione dello stesso Apostolo, la vita e la conversione di Paolo e lo fa con ulteriore dovizia di particolari, visto che nessuno è ormai in grado, per il lungo tempo trascorso da quegli accadimenti, di smentire le parole di Paolo stesso. Egli, infatti, si richiama a tutto il retroterra religioso degli Ebrei, per fornire un fondamento più vero e indiscutibile al proprio agire, alla solidità e verità della propria conversione, alla speranza che lo ha spinto a pagare anche di persona per la propria fede. Da Gesù stesso ha ricevuto il mandato di servirlo, di proclamarne la Parola, di annunciare una liberazione che non riguarderà la situazione politica e sociale del suo popolo ma la purificazione delle coscienze di tutti gli uomini dal male e dal peccato. Fattosi totalmente obbediente alla chiamata, rifacendosi alla Legge di Mosè e ai profeti, ha annunciato che la risurrezione di Cristo realizzerà la speranza nutrita nei secoli dal popolo di Israele e ora estesa a tutte le genti. Rimproverato da Festo che lo accusa di pazzia, Paolo nega l’accusa dichiarandosi veritiero e chiede ad Agrippa di prendere posizione. La bonaria e ironica risposta del re, preoccupato di salvarsi la faccia davanti al rappresentante dell'imperatore, pone fine ancora una volta al tentativo di Paolo di farsi riconoscere come credibile testimone del Dio di Gesù.